I Promessi Sposi
  • Il romanzo
    • Presentazione
    • Introduzione
    • Capitolo I
    • Capitolo II
    • Capitolo III
    • Capitolo IV
    • Capitolo V
    • Capitolo VI
    • Capitolo VII
    • Capitolo VIII
    • Capitolo IX
    • Capitolo X
    • Capitolo XI
    • Capitolo XII
    • Capitolo XIII
    • Capitolo XIV
    • Capitolo XV
    • Capitolo XVI
    • Capitolo XVII
    • Capitolo XVIII
    • Capitolo XIX
    • Capitolo XX
    • Capitolo XXI
    • Capitolo XXII
    • Capitolo XXIII
    • Capitolo XXIV
    • Capitolo XXV
    • Capitolo XXVI
    • Capitolo XXVII
    • Capitolo XXVIII
    • Capitolo XXIX
    • Capitolo XXX
    • Capitolo XXXI
    • Capitolo XXXII
    • Capitolo XXXIII
    • Capitolo XXXIV
    • Capitolo XXXV
    • Capitolo XXXVI
    • Capitolo XXXVII
    • Capitolo XXXVIII
  • L'autore
    • La vita
    • Carme Imbonati
    • Inni sacri
    • Odi civili
    • Carmagnola
    • Adelchi
    • Fermo e Lucia >
      • Digressione (II, 1)
      • Geltrude ed Egidio (II, 5)
      • L'uccisione della suora (II, 5-6)
      • L'assassinio sul sagrato (II, 7)
      • Il Conte del Sagrato e don Rodrigo (II, 8)
      • Il soliloquio di don Abbondio (III, 2)
      • Il salvataggio del vicario (III, 7)
      • Il sogno di don Rodrigo (IV, 5)
      • La morte di don Rodrigo (IV, 9)
      • Il finale (IV, 9)
    • Colonna infame
    • Scritti di poetica
    • Scritti sulla lingua
    • Morale e storia
  • Personaggi
    • principali >
      • Don Abbondio
      • Agnese
      • Conte Attilio
      • Padre Cristoforo
      • Innominato
      • Lucia
      • Perpetua
      • Renzo
      • Don Rodrigo
    • aristocratici >
      • capitano di giustizia
      • Don Ferrante
      • Erede di don Rodrigo
      • Antonio Ferrer
      • Don Gonzalo
      • fratello nobile ucciso
      • nobile ucciso
      • Donna Prassede
      • Principe padre
      • Ambrogio Spinola
      • Vicario Provvisione
      • Conte zio
    • borghesi e popolani >
      • Bortolo
      • Gervaso
      • Menico
      • mercantessa
      • mercante di Milano
      • moglie del sarto
      • Oste Luna Piena
      • oste del paese
      • oste di Gorgonzola
      • padre di Lodovico
      • sarto
      • Tonio
    • ecclesiastici >
      • Federigo Borromeo
      • cappellano
      • conversa
      • fra Fazio
      • fra Galdino
      • Gertrude
      • madre badessa
      • padre Felice
      • padre guardiano
      • padre provinciale
      • vicario monache
    • antagonisti >
      • Azzecca-garbugli
      • bravi
      • Egidio
      • Ambrogio Fusella
      • Griso
      • monatti
      • Nibbio
      • Notaio criminale
      • Podesta' di Lecco
    • minori >
      • accusatrice di Renzo
      • Alessio
      • Ambrogio
      • barocciaio
      • amico di Renzo
      • Bettina
      • cocchiere Pedro
      • console
      • Cristoforo
      • donna sequestrata
      • fattoressa
      • madre di Cecilia
      • Marta
      • passante
      • pescatore Adda
      • pesciaiolo
      • prete di Milano
      • serva Azzecc.
      • vecchia del castello
      • vecchia dell'osteria
      • vecchio mal vissuto
      • vecchio servitore
  • Luoghi
    • paese di Renzo e Lucia
    • Lecco
    • Pescarenico
    • Milano
    • Monza
    • Bergamo
    • palazzo di don Rodrigo
    • Adda
    • Luna Piena
    • Forno delle Grucce
    • Castello innominato
    • lazzaretto
  • Temi
    • Giustizia
    • Carestia
    • Tumulto di S. Martino
    • Guerra di Mantova
    • Cultura
    • Nobilta' e potere
    • Peste
    • Chiesa e religione
  • Critica
    • Angelini
    • Baldissone
    • Barberi Squarotti
    • Battaglia
    • Calvino
    • De Sanctis
    • Donadoni
    • Dotti
    • Getto
    • Moravia
    • Pasolini
    • Petronio
    • Pirandello
    • Raimondi
    • Russo
    • Sapegno
    • Sciascia
    • Spinazzola
    • Spranzi
    • Zottoli
  • Audiolibro

Luigi Pirandello
"L'umorismo di Manzoni in don Abbondio"

Picture
Luigi Pirandello
In questo passo tratto dal celebre saggio "L'umorismo" (1908) il grande romanziere e drammaturgo si sofferma sulla figura di don Abbondio, che egli - in accordo con la concezione espressa nel testo - considera non semplicemente comica ma appunto umoristica, in quanto Manzoni ha voluto rappresentare nel pavido curato la debolezza umana di fronte alla prepotenza dei malvagi e, dunque, far riflettere il lettore su un lato del nostro carattere che non è proprio soltanto del personaggio ma di tutti noi. Per questo don Abbondio ci fa sorridere ed è in fondo compatito dal narratore, il quale non per questo rinuncia a condannare il suo comportamento e, tuttavia, lo fa come se volesse ridere di lui anziché renderlo odioso agli occhi del lettore.
Luigi Pirandello (1867-1936) è stato uno dei principali romanzieri del Novecento, autore anche di novelle e testi teatrali che hanno segnato un'epoca e hanno prefigurato il "teatro dell'assurdo" quale sarà elaborato in Europa negli anni Cinquanta. Ha dedicato studi e saggi all'arte teatrale e, occasionalmente, anche ad alcuni tra poeti italiani come Dante e Cecco Angiolieri.



__Dove sta il sentimento del poeta? Nel disprezzo o nel compatimento per don Abbondio? Il Manzoni ha un ideale astratto, nobilissimo della missione del sacerdote su la terra, e incarna questo ideale in Federigo Borromeo. Ma ecco la riflessione, frutto della disposizione umoristica, suggerire al poeta che questo ideale astratto soltanto per una rarissima eccezione può incarnarsi e che le debolezze umane sono pur tante. Se il Manzoni avesse ascoltato solamente la voce di quell’ideale astratto, avrebbe rappresentato don Abbondio in modo che tutti avrebbero dovuto provar per lui odio e disprezzo, ma egli ascolta entro di sé anche la voce delle debolezze umane. Per la naturale disposizione dello spirito, per l’esperienza della vita, che gliel’ha determinata, il Manzoni non può non sdoppiare in germe la concezione di quell’idealità religiosa, sacerdotale: e tra le due fiamme accese di Fra Cristoforo e del Cardinal Federigo vede, terra terra, guardinga e mogia, allungarsi l’ombra di don Abbondio. E si compiace a un certo punto di porre a fronte, in contrasto, il sentimento attivo, positivo, e la riflessione negativa; la fiaccola accesa del sentimento e l’acqua diaccia della riflessione; la predicazione alata, astratta, dell’altruismo, per veder come si smorzi nelle ragioni pedestri e concrete dell’egoismo […].
Ora, io non nego, don Abbondio è un coniglio. Ma noi sappiamo che Don Rodrigo, se minacciava, non minacciava invano, sappiamo che pur di spuntare l'impegno egli era veramente capace di tutto; sappiamo che tempi eran quelli, e possiamo benissimo immaginare che a don Abbondio, se avesse sposato Renzo e Lucia, una schioppettata non gliel’avrebbe di certo levata nessuno, e che forse Lucia, sposa soltanto di nome, sarebbe stata rapita, uscendo dalla chiesa, e Renzo anch’egli ucciso. A che giovano l’intervento, il suggerimento di Fra Cristoforo? Non è rapita Lucia dal monastero di Monza? C’è la lega dei birboni, come dice Renzo. Per scioglier quella matassa ci vuol la mano di Dio; non per modo di dire, la mano di Dio propriamente. Che poteva fare un povero prete?
Pauroso, sissignori, don Abbondio; e il De Sanctis ha dettato alcune pagine meravigliose esaminando il sentimento della paura nel povero curato; ma non ha tenuto conto di questo, perbacco: che il pauroso è ridicolo, è comico, quando si crea rischi e pericoli immaginarii: ma quando un pauroso ha veramente ragione d'aver paura, quando vediamo preso, impigliato in un contrasto terribile, uno che per natura e per sistema vuole scansar tutti i contrasti, anche i più lievi, e che in quel contrasto terribile per suo dovere sacrosanto dovrebbe starci, questo pauroso non è più comico soltanto. Per quella situazione non basta neanche un eroe come Fra Cristoforo, che va ad affrontare il nemico nel suo stesso palazzotto! Don Abbondio non ha il coraggio del proprio dovere; ma questo dovere, dalla nequizia altrui, è reso difficilissimo, e però quel coraggio è tutt’altro che facile; per compierlo ci vorrebbe un eroe. Al posto d’un eroe troviamo don Abbondio. Noi non possiamo, se non astrattamente, sdegnarci di lui, cioè se in astratto consideriamo il ministero del sacerdote. Avremmo certamente ammirato un sacerdote eroe che, al posto di don Abbondio, non avesse tenuto conto della minaccia e del pericolo e avesse adempiuto il dovere del suo ministero. Ma non possiamo non compatire don Abbondio, che non è l’eroe che ci sarebbe voluto al suo posto, che non solo non ha il grandissimo coraggio che ci voleva; ma non ne ha né punto né poco; e il coraggio, uno non se lo può dare!
Un osservatore superficiale terrà conto del riso che nasce dalla comicità esteriore degli atti, dei gesti, delle frasi reticenti ecc. di don Abbondio, e lo chiamerà ridicolo senz’altro, o una figura semplicemente comica. Ma chi non si contenta di queste superficialità e sa veder più a fondo, sente che il riso qui scaturisce da ben altro, e non è soltanto quello della comicità.
Don Abbondio è quel che si trova in luogo di quello che ci sarebbe voluto. Ma il poeta non si sdegna di questa realtà che trova, perché, pur avendo, come abbiamo detto, un ideale altissimo della missione del sacerdote su la terra, ha pure in sé la riflessione che gli suggerisce che quest’ideale non si incarna se non per rarissima eccezione, e però lo obbliga a limitare quell’ideale, come osserva il De Sanctis. Ma questa limitazione dell’ideale che cos’è? è l’effetto appunto della riflessione che, esercitandosi su quest’ideale, ha suggerito al poeta il sentimento del contrario. E don Abbondio è appunto questo sentimento del contrario oggettivato e vivente; e però non è comico soltanto, ma schiettamente e profondamente umoristico.
Bonarietà? Simpatica indulgenza? Andiamo adagio: lasciamo star codeste considerazioni, che sono in fondo estranee e superficiali, e che, a volerle approfondire, c’è il rischio che ci facciano anche qui scoprire il contrario. Vogliamo vederlo? Sì, ha compatimento il Manzoni per questo pover’uomo di don Abbondio; ma è un compatimento, signori miei, che nello stesso tempo ne fa strazio, necessariamente. Infatti, solo a patto di riderne e di far rider di lui, egli può compatirlo e farlo compatire, commiserarlo e farlo commiserare. Ma, ridendo di lui e compatendolo nello stesso tempo, il poeta viene anche a ridere amaramente di questa povera natura umana inferma di tante debolezze; e quanto più le considerazioni pietose si stringono a proteggere il povero curato, tanto più attorno a lui s’allarga il discredito del valore umano. Il poeta, in somma, ci induce ad aver compatimento del povero curato, facendoci riconoscere che è pur umano, di tutti noi, quel che costui sente e prova, a passarci bene la mano su la coscienza. E che ne segue? Ne segue che se, per sua stessa virtù, questo particolare divien generale, se questo sentimento misto di riso o di pianto, quanto più si stringe e determina in don Abbondio, tanto più si allarga e quasi vapora in una tristezza infinita, ne segue, dicevamo, che a voler considerare da questo lato la rappresentazione del curato manzoniano, noi non sappiamo più riderne. Quella pietà, in fondo, è spietata: la simpatica indulgenza non è così bonaria come sembra a tutta prima.

_(da L'umorismo, tratto da Saggi, poesie e scritti varii,
a cura di M. Lo Vecchio, Milano 1960)
Basato su tecnologia Crea il tuo sito web unico con modelli personalizzabili.